La vicenda dell’eccidio del Conte Francesco Gattini, padre del noto storico Giuseppe Gattini, è da ascrivere ad un'infelice periodo della vita economica della città di Matera, fatalmente legato a quanto in quel momento accadeva su tutto il territorio nazionale con la lotta per l’Unità d’Italia. A tale proposito, risulta inevitabile soffermarsi brevemente sugli eventi che si svilupparono in Lucania durante la Seconda Guerra d’Indipendenza, per meglio comprendere quali siano stati i reali contorni delle agitazioni che portarono a questo delitto.

In Lucania uno dei principali protagonisti della lotta per l’Unità d’Italia, durante la Seconda Guerra d’Indipendenza, fu Giacinto Albini, nato a Napoli nel 1821 da genitori lucani (di Moliterno), spinto all’azione politica dalle sue idee liberali e dalla forte amicizia con Giuseppe Mazzini. Albini, lamentando il fatto che la Lucania non fosse preparata all’insurrezione, e supportato nella sua opera dal fratello Nicola, da Giacomo Racioppi, Carmine Senisi e Michele Lacava, dal 1848 riuscì a creare più di cento Comitati de l’Unità d’Italia, dislocati in alcuni paesi del salernitano, in diverse zone pugliesi e soprattutto in Lucania (il Comitato Centrale Lucano fu instaurato a Corleto Perticara), tutti collegati al Comitato Centrale di Napoli. Il 5 maggio del 1860 Giuseppe Garibaldi diede il via alla spedizione dei Mille per la liberazione della Sicilia, alla quale prese parte anche il Tenente materano Giambattista Pentasuglia, mentre Giacinto Albini preparava i Comitati all’insurrezione. Il 16 agosto, cinque giorni prima che Garibaldi oltrepassasse lo Stretto di Messina, iniziarono le prime insurrezioni di alcuni Comitati lucani; Il 18 agosto insorse anche la città di Potenza, dove le forze militari borboniche provarono a resistere prima di disperdersi per le campagne. Fu così proclamato il Governo Pro-Dittatoriale composto da Giacinto Albini e Nicola Mignogna. L’insurrezione dei lucani permise a Garibaldi di giungere a Napoli, il 7 settembre, passando per la Lucania senza incontrare troppe difficoltà; il giorno seguente, l’8 settembre, Garibaldi nominò Giacinto Albini Governatore della Basilicata (Lucania) con poteri illimitati. Il 21 settembre del 1860 ebbe luogo il plebiscito per l’annessione del Regno di Napoli al Regno d’Italia.

   Tenente Giambattista Pentasuglia, telegrafista dei Mille e Senatore Italiano

Matera nel 1860, come tutto il meridione d’Italia, era spaccata in due tra una corrente di stampo borbonico, sostenuta prevalentemente dai nobili avversi ad ogni novità rivoluzionaria, ed una fazione prettamente liberale alla quale aderivano i borghesi intellettuali, fautori del Moto Unitario e seguaci del Comitato Cittadino de l’Unità d’Italia, Comitato, come già detto, fondato da Giacinto Albini; a quest’ultimo movimento si associava il Conte Francesco Gattini con il suo segretario ed organista del Duomo, il francese Francesco Laurent.

La questione che scatenò l’eccidio del Conte Francesco Gattini, come vedremo, non fu però di carattere politico, bensì, di natura meramente economica, poiché il popolo contadino, totalmente privo di ideali politici ed assillato dalla miseria, da queste contrapposizioni si attendeva solamente la risoluzione dell’annoso problema economico.

Tra i fautori del Moto Unitario, assieme al Conte Gattini, compariva anche un certo Giovanni Corazza, vecchio carbonaro che già nel 1827 era stato detenuto in carcere per reati politici. Il Corazza, aspirando alla carica di Sindaco della città di Matera, con l’intento di accrescere la sua popolarità, cercò di attirare la massa contadina ad appoggiare il Moto Unitario, insinuando nei contadini l’idea che il problema economico si poteva risolvere solamente con una rivoluzione, unica soluzione in grado di portare finalmente alla spartizione delle terre precedentemente usurpate dai ricchi borbonici.

La fazione borbonica, sostenuta dai nobili, anziché contrapporsi alle voci messe in giro dal Corazza, approfittò della situazione che si era generata, e cercò di alimentare il malcontento della massa al fine di spingerla ad un’immediata rivolta nei confronti del maggior esponente dei liberali, il Conte Francesco Gattini, anch’egli nobile e ricco possidente, nella speranza così di isolare i liberali e compromettere il Moto Unitario. I borbonici cercarono dunque di fomentare la massa convincendola che il Conte Gattini era anch’egli esponente di un’antica famiglia di usurpatori del pubblico demanio; purtroppo la voce messa in giro dai borbonici aveva dei fondamenti di verità, poiché già nel 1819, l’allora Sindaco di Matera Angelo Longo, aveva denunciato la famiglia Gattini come usurpatrice di una parte delle terre demaniali situate sulla Murgia Materana.

Il malcontento dei contadini, oramai sempre più inveleniti da tali voci, indusse il Conte Gattini ad asserragliarsi nel suo Palazzo, mentre altri proprietari terrieri fuggirono precipitosamente dalla città. Il Conte, con l’intento di placare l’animo dei contadini, Il 30 luglio del 1860, rivolgendosi alla folla adunata in Piazza del Duomo, antistante al Palazzo, lesse una sua dichiarazione diretta al Sindaco e ai cittadini, con cui si impegnava a rilasciare la parte della masseria Iazzo Gattini e dei terreni situati sulla Murgia che, dopo i giusti controlli, fossero risultati eccedenti rispetto a quelli regolarmente acquistati dalla sua famiglia. Il popolo, oramai in fermento, pretese che anche gli altri possidenti rilasciassero la stessa dichiarazione; fu così che i contadini irruppero nell’abitazione dell’Arcivescovo che, sorpreso seminudo in bagno, fu costretto a rivestirsi e a seguire il popolo in Piazza.

Giamo Albini, fondatore del Comitato Cittadino de l’Unità d’Italia, per non indebolire il Moto Unitario e per far placare i disordini, inviò in città un tale di nome Giambattista Matera, illustre membro del Comitato di Corleto Perticara; quest’ultimo, il 6 agosto dello stesso anno, nominò un agrimensore che si sarebbe dovuto occupare della verifica dei possedimenti del Conte Gattini, per rilevare se, a tutti gli effetti, alcuni terreni erano stati usurpati illecitamente dal demanio. I borbonici però, per non far cadere il loro piano di isolare il movimento liberale e compromettere il Moto Unitario, riuscirono a convincere la massa contadina che l’agrimensore era venuto per fare gli interessi del Conte e non quelli del popolo; il 7 agosto dunque, giorno successivo alla nomina dell’agrimensore, il popolo cercò di incendiare il Palazzo Gattini, ma fu respinto. La rivolta era però oramai in atto e sarebbe stato difficile fermarla.

L’indomani, infatti, 8 agosto 1860, il popolo si raccolse tumultuosamente sotto il Palazzo del Conte, reclamando gli atti notarili comprovanti le usurpazioni. Il Conte, innervosito dalla situazione, commise il grave errore di affacciarsi al balcone del suo Palazzo e lanciare sulla folla inferocita delle manciate di ducati gridando: “Mangiate, facchini!”, per poi sparare un colpo con il suo fucile. La massa, furiosa, dapprima rispose sparando verso il Palazzo, e poi, dopo aver scardinato il portone d’ingresso, irruppe nel Palazzo invadendone tutte le stanze. Il Conte, solo in casa poiché la consorte con i figli si era allontanata dalla città qualche giorno prima, nel tentativo di sfuggire alla folla che lo inseguiva, saltò da una finestra nel vicino fienile della Famiglia Malvezzi, ma con il salto si ruppe le gambe. Un suo fattore di fiducia, tale Michele Rondinone, cercò di aiutare il Conte, ma, raggiunti entrambi dalla massa in tumulto, capeggiata da un certo Eustachio Frascati, furono catturati e trascinati assieme al segretario del Conte, Francesco Laurent, in Piazza del Sedile. Giunti in Piazza il popolo spinse il Conte ed i suoi due malcapitati compagni su di una scalinata prima di ucciderli a colpi di pugnale.

Il giorno seguente giunse a Matera una folta squadra di soldati che catturò molti dei facinorosi; alcuni popolani furono condannati all’ergastolo, altri ad altre pene. Intanto, per sedare la ferocia ed il malcontento della gente, tra l’11 ed il 13 agosto furono spartiti circa 2400 ettari di terreno di proprietà comunale. Nel frattempo l’Arcivescovo, intimorito dalle agitazioni, era fuggito a Napoli. Il 6 settembre dello stesso anno fu inviato a Matera il Commissario Civile Carmine Ferri, accompagnato da 450 Guardie nazionali, mentre la città era già rientrata nell’ordine.

Si può dunque facilmente evincere che l’eccidio del Conte Francesco Gattini non fu assolutamente di natura politica, come qualcuno ha erroneamente affermato ritenendo Matera una Roccaforte Borbonica; il popolo contadino, privo di ideali politici, come già sottolineato, reclamava solamente degli alleggerimenti dai pesi fiscali e la spartizione delle terre demaniali.

 

Giuseppe Gattini, Storico e Senatore del Regno d'Italia, figlio del Conte Francesco Gattini

 

Tommaso ZACCARO


Tommaso

Tommaso Zaccaro nasce in provincia di Bari il 15 settembre del 1979 More ...


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