L'episodio dell'uccisione del Conte Gian Carlo Tramontano (Joanne Carlo Tramontano) ha scritto una pagina fondamentale nelle cronache storiche della città; il delitto, difatti, segnò la fine di quella che eminenti storici hanno definito come “L’epoca Triste di Matera”, lasso di tempo che, dal 1495 al 1514, vide la città, per la prima volta nella sua storia, assoggettata alla servitù feudale.

Prima di narrare i dettagli della vicenda, è però doveroso fare un passo indietro nella storia, per meglio comprendere come, il suddetto Conte, sia riuscito ad assicurarsi il governo della città.

A quel tempo il territorio italiano era asservito al dominio straniero e la confusione imperava su tutta la penisola. Le cose precipitarono nel 1494 con la morte di Ferdinando I d’Aragona al quale, sul trono di Napoli, subentrò il figlio Alfonso II. Fu allora che Carlo VIII, Re di Francia, decise di scendere in Italia per rivendicare i propri diritti dinastici sul trono dei D’Angiò; quest’ultimo, dopo aver attraversato l’Italia ed essere entrato a Napoli il 22 febbraio del 1495, fu però costretto a ripartire il 20 maggio dello stesso anno per rientrare celermente in Francia, allarmato da una presumibile sovversione nei suoi confronti. Nel dicembre dello stesso anno rientrò a Napoli Ferdinando II, detto Ferrandino, figlio di Alfonso II che aveva abdicato in suo favore. Il breve passaggio del Re di Francia fu però fatale per la città di Matera. Carlo VIII infatti, fuggendo, aveva affidato ai suoi vicari le sorti del dominio francese sulla penisola. Per tali motivi, il 20 maggio del 1495, la Città dei Sassi, dal demanio della corona, passò sotto il controllo di Gilberto di Brunswich, nominato Duca di Lecce, Conte di Matera e Vicerè del Salento. Il Conte di Brunswich fu però ucciso nell’aprile del 1496 durante una battaglia nei pressi di Atella, e così la città di Matera rientrò nel demanio sotto Ferdinando II. Alla morte di quest’ultimo, nello stesso anno, il trono passò nelle mani di suo zio Federico III.

Nella confusione generale che imperversava su tutta la penisola italiana, emerse la mesta figura di Gian Carlo Tramontano, umile popolano nato da una povera famiglia di Sant’Anastasia, un paese nei pressi di Napoli. Gian Carlo Tramontano, che si rivelò in seguito astuto e senza scrupoli, fu il primo cittadino eletto dal popolo napoletano con il titolo di Assessore della città di Napoli, per sedere, al fianco dei nobili e del clero, nel parlamento della città stessa; a seguito della sua elezione gli fu inoltre conferita la nomina di Mastro della Regia Zecca di Napoli e dell’Aquila (si presume che tale titolo non gli sia stato spontaneamente attribuito, bensì che egli stesso l’abbia ottenuto dietro il pagamento di 25.000 ducati). Per alcuni favori resi al Re, e per un credito di 60.000 ducati vantati nei confronti dell’erario, Tramontano chiese l’investitura della Contea di Matera, feudo libero dopo la morte del Conte di Brunswich. Il Re indugiò al cospetto di tale richiesta, poiché non aveva intenzione di rinnegare la parola data al popolo materano, ossia di mantenere la città sotto la demanialità della corona. Tramontano non desistette però dalla sua pretesa, ed il Re, dopo tanta insistenza, decise di affidare la concessione della Contea alla deliberazione dello stesso popolo materano che, chiamato a decidere le proprie sorti, ovviamente negò il consenso. Tuttavia, non volendosi rassegnare, Tramontano riuscì a plagiare il popolo materano, promettendo esenzioni dalle tasse e dai tributi ai ceti poveri, e garantendo onori e regalie alle famiglie nobili; fu in grado così di far sottoscrivere alla popolazione un atto di accettazione della servitù feudale, atto che, presentato al Re Federico III, gli fruttò l’investitura della Contea di Matera; era il 1 ottobre del 1497.

Negli anni successivi, tra il 1502 ed il 1503, il Conte Tramontano lasciò numerose tracce delle sue imprese in svariate contrade del Regno, spesso impegnato in scontri contro i francesi, sino a che fu sconfitto, fatto prigioniero, e privato della sua Contea. La cittadinanza materana, naturalmente, approfittò dell’occasione per schierarsi dalla parte dei francesi ed ottenere nuovamente la demanialità. Il Conte riuscì però a riscattarsi dalla prigionia e a liberarsi, con il chiaro obiettivo di attendere il momento propizio per poter riprendere il controllo sulla città di Matera. Il 1 novembre del 1506, a tale scopo, si recò a Napoli in occasione del corteo reale del Re Ferdinando il Cattolico e della Regina Germana De Foix e, al fine di impressionare il Re, usò un ingegnoso espediente; Tramontano fece costruire, per le strade adiacenti a quelle dove avrebbe dovuto passare il corteo, imponenti archi di trionfo di legno che gli costarono circa 400 ducati. Nel corso della parata fece gettare monete ed altri oggetti di valore dagli archi, così da attirare la folla accorsa per il corteo; la massa, difatti, si riversò repentinamente sotto gli archi, lasciando sgombra la strada principale, tanto che lo stesso corteo reale fu costretto a deviare il percorso dirigendosi verso i sopraccitati archi. Riuscito nel suo intento, Tramontano, accompagnato dalla consorte Elisabetta Restigliano (Elisabetha Restigliani), donò alla Regina una collana di 25 perle dal costo di circa 700 ducati, con il losco fine di guadagnarsi la simpatia dei regnanti ed ottenere nuovamente la Contea di Matera. Il Re non si lasciò però impressionare da queste ostentazioni, ed assicurò alla Contea di Matera la demanialità. L’ambizioso Conte però, mai domo, attese che il sovrano si allontanasse dal regno, e riuscì ugualmente a raggiungere il suo scopo plagiando il Vicerè che lo riconfermò Conte di Matera.

Il Conte, rientrato a Matera colmo di debiti contratti per riottenere il dominio della Contea, diede inizio ad un governo fatto di tirannia ed inutili crudeltà ai danni dei ceti più bassi; inoltre, per riempire le casse oramai vuote, dispose nuove tasse ordinarie e straordinarie che gravarono su tutta la popolazione, e si alienò la ricca e numerosa aristocrazia locale escludendola sempre più dalla vita politica e sociale del feudo. Al suo rientro, il Conte, era tornato a risiedere nel Palazzo Firrao (divenuto in seguito Palazzo Cipolla), in una via adiacente al Duomo di Matera, di fronte alla Chiesa di San Giuseppe; consapevole però di essere oramai profondamente odiato, decise di far costruire sul Colle del Lapillo, al di sopra della zona abitata, un Castello a tre torrioni in stile aragonese. Il Castello, guarnito di un largo fossato (ancora oggi visibile assieme all’apertura del ponte levatoio) e di un tunnel sotterraneo utile ad un’eventuale fuga in caso di attacco, doveva essere protetto da solide mura di cinta; queste mura, estese sino alle porte della città, erano inoltre arricchite da numerose torri di difesa (si suppone che le torri fossero almeno dodici; una di queste è stata casualmente riportata alla luce durante i lavori di rifacimento di Piazza Vittorio Veneto, sotto l’attuale pavimentazione, ed è oggi visitabile attraverso il percorso ipogeo della piazza). Alla costruzione del Castello, le cui spese erano sostenute grazie alle entrate di ulteriori tasse straordinarie, erano preposti i ceti umili, costretti a lavorare come schiavi per soli 6 grana il giorno. Intanto Il malumore del popolo cresceva, ed in molti, oramai stanchi dei soprusi e delle vessazioni, tacevano e tramavano vendetta.

Conscio della situazione ed allarmato dalle inquietudini generali, il Conte cominciò a preoccuparsi soprattutto delle eventuali reazioni da parte dei nobili, gli unici che, oramai assoggettati al suo potere, avrebbero potuto creare fastidiosi inconvenienti nella gestione del feudo. Deciso dunque ad eliminare i possibili rivali, elaborò un piano per metterli preventivamente a tacere; servendosi del pretesto di voler riconciliare l’amicizia perduta con le nobili famiglie, avrebbe invitato tutti ad una battuta di caccia nell’antica contrada del Gerifalco, un folto bosco tra il Pantano ed il Torrente di Lama di Palo, nei pressi della foce del fiume Bradano. Quando la compagine sarebbe giunta sul posto, i soldati del Conte, precedentemente nascosti tra gli alberi ed i cespugli, sarebbero saltati fuori ed avrebbero ucciso i nobili, lasciando poi che la corrente del fiume trasportasse i corpi senza vita fino al mare. Dal Palazzo però, prima che il crudele piano fosse attuato, trapelarono alcune voci che presto giunsero ai nobili materani, ed il tutto fallì miseramente. A tale punto, nobili e popolani, esterrefatti per quanto saputo e consapevoli che oramai nessuno poteva più ritenere al sicuro la propria vita, si unirono in congiura contro il Conte.

   Ritratto del Conte Tramontano

Il 28 dicembre del 1514, di giovedì, il Conte Tramontano fece l’ultima infelice mossa convocando il popolo per chiedere il versamento di 24.000 ducati, a lui necessari per saldare un debito contratto nei confronti di uno spagnolo di nome Paulo Tolosa. Il popolo, disperato, diede solo l’impressione di chinare ancora una volta la testa dinanzi alla superbia del tiranno; questa volta però, nel silenzio della gente, si celava l’insita voglia di reagire. Quella stessa notte, difatti, alcuni popolani ed alcuni nobili si riunirono nel Sasso Barisano, dinanzi alla vecchia Chiesa Rupestre di San Giovanni Battista, nei pressi di un grosso masso (oggi non più esistente, poiché successivamente servì da base per la costruzione di una casa) rinominato a seguito dell’evento “u pjzzòn dù mèl cnzuglj” (il masso del mal consiglio, o il masso del brutto consiglio); dinanzi al grosso masso, che avrebbe dovuto fungere da testimone, i congiurati, oramai esasperati dal Conte, pianificarono l’agguato ai suoi danni.

L’indomani, la sera del 29 dicembre 1514, i cospiratori attesero che il Conte entrasse nel Duomo in occasione della messa del vespro; le guardie del Conte, probabilmente corrotte dal popolo (quasi certamente si trattava di mercenari), lasciarono le lance fuori della chiesa, per rispettare le usanze del tempo che vietavano di introdurre armi all’interno di luoghi sacri, e seguirono il loro signore all’interno del Duomo. I congiurati, dopo aver afferrato le lance dei soldati, entrarono repentinamente in chiesa ed affrontarono il tiranno. Il Conte si difese strenuamente impugnando la sua spada e cercando poi di fuggire da una porta laterale della chiesa (porta oggi murata), ma dopo aver cercato invano la fuga per raggiungere il palazzo in cui abitava, fu raggiunto e colpito ripetutamente, con le lance sottratte ai suoi uomini, prima di essere abbandonato esanime in una pozza di sangue; l’assassinio avvenne nella stretta via laterale del Duomo, l’odierna Via Riscatto, rinominata così, proprio a seguito dell’evento, per ricordare il giorno in cui il popolo si liberò dalla servitù feudale. Le campane, per annunciare la morte del tiranno, suonarono a martello, ed il popolo in rivolta invase le strade ed i vicoli tentando anche di incendiare i documenti della pubblica magistratura. Dopo una violenta irruzione nel palazzo in cui il Conte abitava, sua moglie fu catturata e la casa saccheggiata; Il buon senso di alcuni nobili, però, prevalse sull’enfasi dei ribelli, e la Contessa fu salvata dal linciaggio. Il Conte dunque, per sua sfortuna, non riuscì mai a barricarsi all’interno del Castello, poiché la costruzione, costata sino allora 25.000 ducati, non fu mai terminata.

La data che segnò il riscatto dalla servitù feudale, fu anche incisa dal popolo sulla base di una colonna della Chiesa di San Giovanni Battista, in Via San Biagio (da non confondere con l’omonima chiesa nel Sasso Barisano, dove si riunirono i congiurati la sera antecedente per pianificare l’agguato al Conte). L’incisione recita: Die 29 Dec …(data illeggibile)… Interfectus Est Comes.

Il delitto, naturalmente, fu considerato un reato politico ed un attentato alla corona, rappresentata nella Contea di Matera dal Conte Tramontano. L’Università (il Municipio) convocò immediatamente una riunione e nominò dei pubblici ufficiali per prendere in consegna l’abitazione del Conte e rintracciare i colpevoli, ed anche per tale motivo fu data tarda sepoltura al cadavere. Nel frattempo il Capitano Marittimo Conte di Capaccio, che sostituiva il Vicerè Raimondo di Cardona impegnato in battaglia, inviò a Matera, per rintracciare e punire i colpevoli, il Regio Commissario Giovanni Villani; quest’ultimo fece impiccare quattro materani probabilmente innocenti, inquisì altri cittadini che riuscirono però a riscattarsi dietro il pagamento di 2.000 ducati, ed infine accusò l’Università per aver incoraggiato la sommossa e non aver punito i colpevoli. Considerato però che per l’Università non era stato possibile controllare la rivolta, né placare l’istinto violento ed incontrollabile del popolo, né rintracciare i colpevoli tra la folla inferocita, a chiusura della vicenda fu imposta dall’erario un’ammenda di 10.000 ducati, così da evitare di far ricadere la colpa dell’accaduto su altri poveri innocenti. Dunque, su richiesta dell’allora Sindaco di Matera, Berlingiero de Zaffaris (Virlingerium de Zaffaris), il 6 maggio del 1515 si riunì in consiglio il parlamento cittadino, e si decise di ricavare la somma necessaria al pagamento dell’ammenda dalla vendita dei beni pubblici e mettendo insieme gabelle e dazi pubblici della città, soprattutto i dazi del forno; così in tre settimane si riuscì a raggiungere la somma necessaria. Il notaio Franciscum Groia di Matera fu ricevuto a Napoli dal Re Ferdinando il Cattolico che, il 22 giugno del 1515, concesse un generale indulto. I colpevoli in realtà non furono mai trovati, gli unici nomi che compaiono in alcuni documenti che riportano i possibili indiziati sono quelli di Tassiello di Cataldo e Cola di Salvagio.

A seguito della vicenda, il popolo decise di far annettere allo stemma della città di Matera il motto che ancora oggi recita così:

“Bos Lassus Firmius Figit Pedem”

Stemma disegnato da Giuseppe Gattini

Il motto, letteralmente tradotto, significa "Il Bue Stanco Segna Il Passo Più Fermamente", proprio a voler mettere in risalto che un popolo tollerante e mansueto come poteva esserlo un bue, se tormentato e represso, stanco delle ingiustizie costretto a subire, avrebbe puntato per terra il passo senza più dare ascolto al padrone, sino a ribellarsi e ad affondare energicamente lo zoccolo schiacciando l’oppressore per riconquistare la libertà perduta.

Tutta questa vicenda, ben tre secoli più tardi, accese la fantasia del Cavalier Giambattista Cely-Colaianni, scrittore e Sottoprefetto di Matera tra il 1851 ed il 1854, che, prendendo spunto dall’episodio e dai racconti popolari che ad esso facevano riferimento, scrisse la commedia “il Conte di Matera”, opera che fu stampata a Napoli nel 1869. E’ in questa commedia che si ritrovano tutti gli elementi della leggenda popolare come quella che narra che il Conte Tramontano fu ucciso a colpi di fiaschi e forconi e che fu fatto a piccoli pezzi, come pure è leggenda l’imposizione dello “ius primae noctis”, che avrebbe dato al Conte il diritto di disporre a suo piacimento di tutte le donne ancora vergini nella loro prima notte di nozze. Inoltre, è la stessa leggenda popolare a raccontare che a compiere il delitto sia stato uno Schiavone (cognome oggi molto diffuso nella città di Matera), ossia un serbo-croato appartenete alla schiera di immigrati albanesi e serbo-croati giunti a Matera tra il 1400 ed il 1500, fuggiti dalla penisola balcanica dopo l’invasione dei turchi.

Matera ancora oggi ricorda l’uccisione del Conte con l’intitolazione della stretta via che costeggia il Duomo, la già citata Via Riscatto; a Napoli, invece, il Municipio ha intitolato una strada molto centrale a Gian Carlo Tramontano, nei pressi di Via Seggio del Popolo, Via Duomo e Piazza Nicola Amore, per ricordare la sua elezione democratica a rappresentare il popolo nel parlamento cittadino, la prima nella storia di Napoli.

L’incompiuto Castello Tramontano, oramai senza più mura di cinta, spicca ancora oggi sul Colle del Lapillo, a ricordo di quell’infausta epoca.

Il Castello Tramontano

 

Tommaso ZACCARO

 


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Tommaso

Tommaso Zaccaro nasce in provincia di Bari il 15 settembre del 1979 More ...


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